Scende il Pil, aumenta la febbre del pianeta,calano le difese immunitarie

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di Gege Di Santo

Nel 2012 è stato netto il calo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, circa 269 miliardi di dollari, contro la cifra record di 302 miliardi investiti nel 2011. Questo è quanto riportato nel rapporto pubblicato dall’autorevole Bloomberg new energy finance (Bnef). Lo stesso dirigente di Bnef, Michel Liebreich, ha poi aggiunto che “Il taglio agli incentivi deciso dai maggiori Paesi impegnati sul tema, la crisi in corso in Europa e il continuo calo dei costi delle tecnologie” sono le cause note che preannunciavano questa flessione dell’11% ma, nonostante tutto, ”l'aspetto più sorprendente è che il declino non sia stato ancora più forte”.
Si tratta di un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Le conclusioni del Ren21 Renewables global report futures (Gfr), presentato al World future energy summit 2013 (Wfes) di Abu Dhabi, propendono verso la seconda delle tesi. Secondo il Gfr, infatti, negli ultimi 10 anni la quota delle rinnovabili nel mix energetico mondiale è aumentata del 15% circa, ma sarà molto più difficile raggiungere l'obiettivo del 30% entro il 2030.
La Flessione degli investimenti di settore e il prezzo del petrolio sono le due vere minacce per la green economy come lo stesso Fatih Birol, economista capo e direttore global energy economics dell'International energy agency (Iea) ha detto ad Abu Dhabi: “Il prezzo medio del petrolio nel 2012 è stato di 112 dollari al barile, uno dei livelli più alti di tutti i tempi, ma i contributi ai combustibili fossili nel 2011 hanno raggiunto i 523 miliardi dollari, in crescita del 30% rispetto all'anno precedente. Questo rende i combustibili fossili a buon mercato e ne incoraggia l'uso,…Senza un quadro affidabile che renda gli investimenti nelle energie rinnovabili redditizi, non raggiungeremo l'obiettivo”.
Vero è, per dirla come il presidente francese François Hollande al Wfes che “se non spendiamo... avremo una catastrofe”; tuttavia, il vero problema non è quanto, ma come spendiamo.
Prendiamo il nostro Paese. Non sfugge tra le righe del rapporto Bloomberg il tracollo italiano nel settore delle rinnovabili, che registra una flessione del 51%, ben 14,7 miliardi di dollari, facendoci slittare dal 5° al 9° posto nella classifica dei mercati più appetibili, superati da Francia, Regno Unito, Canada e Giappone, secondo un altro recente studio della Ernst & Young. Per gli addetti ai lavori e per il mondo ambientalista di casa nostra non è, certo, un fulmine a ciel sereno.
Secondo il rapporto Green Italy 2012 di Unioncamere e Fondazione Symbola, dall'economia eco-sostenibile nostrana entro il 2012 raggiungeremo solo il 38% (241mila su 631 mila) dei nuovi posti di lavoro programmati dalle imprese italiane dell'industria e dei servizi. Nel solo settore fotovoltaico, le associazioni di categoria registrano 6mila posti di lavoro in meno nell’ultimo anno, soprattutto la fuga oltre confine di molte aziende nazionali.
Sostenibilità ambientale nelle aziende, green tech e rinnovabili sono forse tra i pochi se non gli unici settori/volano per creare occupazione in Italia. Ma non basta enunciarli, è necessario crederci. E da quanto rileva l'Istat non sembra. Nel 2010, infatti, la spesa per investimenti ambientali delle imprese industriali è risultata pari a 1.925 milioni di euro, calata così del 7,2% rispetto al 2010.
La Cina, grazie ad una capacità di programmazione sul medio lungo periodo, si conferma di gran lunga il numero uno nell’intero comparto con il suo +20%. Ma anche questo era noto. Piuttosto, colpisce quanto il rapporto Bloomberg segnala della Germania che, pur facendo registrare una battuta d’arresto del 27% nel 2011, si prepara a varare una meravigliosa macchina da guerra per la fuoriuscita dal nucleare, un piano energetico del valore complessivo di ben 200 miliardi di dollari, che rilancia le rinnovabili con la previsione di impianti eolici offshore che copriranno un’area 6 volte più grande di New York.
Non può certo sfuggire il differenziale quasi doppio della flessione nostrana rispetto a quella teutonica. Più che gli effetti, tuttavia, val la pena analizzare le cause e le prospettive che ci rendono così differenti: la capacità di programmazione e la stabilità delle decisioni assunte.

Siamo il Paese delle decisioni politiche orfane, del continuo revisionismo delle buone idee. Come avvenuto per le “rinnovabili” mortificate dai dietro front dei tagli imposti, nel nome di una sobrietà di spesa e di una sterile difesa della bolletta dei cittadini che mal cela i condizionamenti delle grosse compagnie energetiche, troppo esposte sul fronte degli investimenti in un parco termoelettrico nazionale nato vecchio da un punto di vista strategico. Se a questo aggiungiamo gli ulteriori lacci e lacciuoli burocratici ad intralcio delle energie rinnovabili, la mancata stabilizzazione degli ecoincentivi per le ristrutturazioni edilizie, le riesumate vocazioni petrolifere nei mari e nelle terre protette di casa nostra. Potremo consolarci con l’abbattimento del muro dei 100 miliardi di kWh di generazione di energia elettrica verde, pari al 31% della domanda complessiva nazionale, ma è pur sempre l’effetto di politiche e di programmi che oggi appaiono lontani nel tempo.
Attenti ai sondaggi e popolo di marinai avvezzi alla navigazione a vista, sembriamo accontentarci solo di piccoli miglioramenti. Semplici palliativi, che non permettono, sul piano locale, di affrontare la ripresa attraverso la riconversione verde dell’economia e, sul piano globale, di vincere la sfida dei cambiamenti climatici.
Continuiamo ad essere concentrati solo ed esclusivamente sul PIL che, beninteso, cala nel nostro Paese del 2,8% nell’ultimo anno, come cala la produzione globale. Diminuisce anche l’intensità di carbonio dei grandi paesi occidentali e ci si aspetta che lo stesso avvenga per il rialzo del termometro del nostro pianeta. Niente affatto, l’Agenzia europea dell’ambiente comunica, infatti, che durante il 2011 le emissioni nell’Unione europea sono diminuite del 2,5% rispetto al 2010, il rapporto “Tendenze e proiezioni per le emissioni di gas a effetto serra in Europa 2012” denuncia che l’Italia è l’unico dei grandi paesi europei lontano dal calo del 6,5% concordato con la firma del protocollo di Kyoto, con ben 14 milioni di tonnellate annue emesse di troppo. E non si tratta solo di un costo ambientale.