Il caso Better Place nello sviluppo della smart city

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Better Place
di Felice Lucia

L’iniziativa di Better Place, sperimentata in Danimarca e Israele, era basata sull’utilizzo dell’auto elettrica come mezzo di immagazzinamento mobile di energia. In Danimarca, infatti il 20% dell’energia domestica viene prodotta dall’eolico, ma l’instabilità delle condizioni atmosferiche causa problemi di fluttuazione nella produzione di energia.

I principali ostacoli alla diffusione di veicoli elettrici sono però dati da:

- elevato costo delle batterie (dai € 6 mila a € 12 mila);

- picchi di domanda di ricarica nelle stazioni durante determinate fasce orarie (es: orario di fine lavoro), che si traducono in prezzi dell’energia più alti;

- elevati tempi di ricarica delle batterie;

- ciclo di vita delle batterie.

L’idea di Better Place era dunque quella di acquistare le batterie, cederle in leasing ai possessori di auto elettriche, che avrebbero pagato un canone annuale sulla base dei km percorsi. Better Place predisponeva inoltre stazioni di sostituzione veloce della batteria (dai 3 ai 5 minuti) nella città. Infine, il settore pubblico stimolava l’acquisto di auto elettriche mediante incentivi fiscali al cittadino e finanziava con debito l’azienda, la quale era sostenuta con equity da fondi di Venture Capital.

Questo portava una riduzione nei costi generali di mantenimento dell’auto per il possessore, a fronte di un cambiamento nel proprio processo di acquisto di un bene complementare, dato dal dove, come e quando ricaricare la batteria.

Il settore pubblico, che assicurava le condizioni per un mercato di elettricità efficiente e concorrenziale, poteva ridurre i costi sociali legati alle emissioni di CO2 e contribuire allo sviluppo del settore clean-tech locale. Infine, per il mondo delle imprese si poneva il problema di definire nuovi standard e architetture per le auto elettriche, nonché la costruzione della filiera del settore.

Il caso Better Place ha però evidenziato limiti di scalabilità e replicabilità del modello, che può funzionare solo dove l’offerta di energie pulite è già sviluppata e dove l’auto viene usata per distanze brevi, quindi Paesi piccoli e relativamente isolati come Israele, a causa della scarsa autonomia della batteria e in virtù della possibilità di arrivare ad una rete di stazioni di rifornimento con buona copertura del territorio. Inoltre, un ulteriore problema era rappresentato dall’ingente sforzo economico e urbanistico richiesto per la diffusione delle stazioni di sostituzione della batteria. Nonostante un forte contributo da parte dell’industria di Venture Capital e dello Stato attraverso incentivi e debito, l’azienda è definitivamente fallita nel corso del 2013 a causa dell’assenza di un modello di business che fosse sostenibile e vincente nel tempo.

fonte: Cassa depositi e prestiti SPA, " SmartCity: progetti di sviluppo e strumenti di finanziamento", settembre 2013