Quale futuro per il nucleare

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di Miriam Carraretto

Nucleare sì, nucleare no: il dibattito è aperto. Mentre in Giappone il neonato governo Abe punta dritto alla costruzione di nuovi reattori più sicuri per garantire una maggiore indipendenza energetica al Paese, negli Stati Uniti le grandi multinazionali fanno un passo indietro mandando in pensione anticipata alcune centrali, come quella di Crystal River Unit 3 in Florida e quella di Kewaunee nel Wisconsin.

La scelta della Duke Energy e di altri gruppi Usa dimostra come in America il nucleare fatichi a sostenere la concorrenza del gas naturale in quanto a produzione di energia elettrica. Al contrario, la posizione del Giappone a riguardo indica una tendenza completamente opposta, anche per via delle potenti lobby che spingono a favore del nucleare.

In un clima di grande scetticismo da parte della popolazione, soprattutto all’indomani del disastro di Fukushima, Abe si è dichiarato fortemente intenzionato a realizzare nuovi impianti totalmente diversi da quelli costruiti 40 anni fa. 

Un cambio di rotta piuttosto netto rispetto al precedente governo, che aveva virato verso una rivoluzione energetica “green” con cospicui investimenti infrastrutturali nelle rinnovabili, in particolare energia fossile e geo-termica, con l’obiettivo di arrivare a zero energia nucleare nel 2030.

A partire dallo scorso giugno i reattori 3 e 4 della Centrale di Ohi sono già stati riattivati. Per ora, sono i soli su un totale di 50 nell’intero Giappone ad aver superato i due stress test previsti dall’autorità per la sicurezza nucleare. 

Bisognerà comunque vedere come si comporteranno le fonti di energia rinnovabili gradualmente introdotte nel Paese da luglio scorso attraverso il cosiddetto “Feed in tariff system”, sistema che obbliga le utilities energetiche ad acquistare energia da fonti rinnovabili ad un prezzo fisso per un periodo prestabilito di almeno 10 anni.

L’Europa a 27, invece, è spaccata. L’energia nucleare copre attualmente più del 30 per cento del fabbisogno. Mentre alcuni Paesi hanno, almeno per ora, messo la parola fine al nucleare, come Germania, Italia, Svizzera e Belgio, altri restano saldi sulle posizioni storiche riconfermando il loro impegno nel settore: è il caso di Francia, Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Ungheria e Finlandia.  

Sul territorio europeo abbiamo oggi 30 nuovi reattori in costruzione, ma il numero totale tra la fine del 2010 e la fine del 2011 è passato da 147 a 139, a causa dell’arresto di 8 reattori nucleari in Germania come conseguenza di Fukushima. 

È difficile prevedere se l’Europa deciderà di rinunciare all’atomo. Quel che pare certo è che, nonostante i rischi ambientali che ne derivano, riuscire a soddisfare gli ambiziosi obiettivi europei di riduzione delle emissioni senza l’apporto di questa fonte risulta assai difficile.

Sostanzialmente, gli stati membri hanno due opzioni tra cui scegliere: optare sul nucleare costruendo impianti di nuova generazione più sicuri e più efficaci dal punto di vista economico, oppure applicare il cosiddetto “phase out”, cioè aumentare la dipendenza dalle importazioni, locali e estere, di altre fonti come carbone, petrolio e gas e la quota delle rinnovabili fino a che queste ultime non abbiano un volume tale da guidare la domanda energetica.

Secondo alcuni esperti, il phase out tuttavia ridurrebbe la capacità di ridurre le emissioni di Co2 e aumenterebbe la dipendenza dell’Europa dalle fonti fossili, rendendo così difficile il bilanciamento con le rinnovabili. 

La vera questione, in fondo, è capire come potrebbe di fatto Bruxelles sostenere opzioni di decarbonizzazione se decidesse di uscire dal nucleare.

La tecnologia CCS (Carbon Capture and Storage) potrebbe rappresentare una soluzione ma è ancora in fase sperimentale. Le rinnovabili, dal canto loro, sembrano essere la migliore soluzione, ma molto costosa e al momento non in grado di compensare la produzione di energia su larga scala del nucleare, almeno fino al prossimo decennio. 

A fronte di tutte queste considerazioni, il vecchio continente sembra destinato ancora per una decina d’anni ad appoggiarsi all’atomo per soddisfare la propria domanda energetica.