Legge pugliese sul fotovoltaico dopo la Consulta: cosa accade alle dia assentite?

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di Stefano Cresta

 

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, com’è noto, aveva sottoposto al giudizio della Corte le seguenti disposizioni della Legge della Regione Puglia n. 31 del 21 ottobre 2008, recante “Norme in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili e per la riduzione di immissioni inquinanti in materia ambientale”:

art. 1;
art. 2, commi 1 e 2;
art. 3;
art. 4;
art. 7, comma 1.

La Corte Costituzionale, pochi giorni or sono, con pronuncia n. 119 del 26 marzo 2010, ha accolto parzialmente la questione di legittimità costituzionale sollevata, ed ha dichiarato:

l’illegittimità costituzionale degli artt. 2, commi 1, 2 e 3 e 3, commi 1 e 2, della Legge;
l’inammissibilità della questione di legittimità dell’art. 4 della Legge;
l’infondatezza delle questioni di legittimità degli artt. 1 e 7, comma 1, della stessa Legge.

Si fa presente che l’art. 2, commi 1, 2 e 3 della Legge regionale vietava la realizzazione di impianti fotovoltaici in determinate parti del territorio regionale, e precisamente nelle zone agricole (considerate di maggior pregio), nei siti della Rete Natura 2000, nelle aree protette nazionali ed in quelle regionali, nelle oasi regionali e nelle zone umide tutelate a livello internazionale.

La disposizione, a parere del Presidente del Consiglio dei Ministri, si poneva in contrasto con l’art. 12, comma 10, del D.Lgs. 387/2003, in base al quale l’indicazione ad aree e siti non idonei all’installazione di specifiche tipologie di impianti può avvenire solo sulla base di linee guida di competenza statale.

La Corte Costituzionale ha accolto la censura, affermando all’uopo che: “l’adozione , da parte delle Regioni, nelle more dell’approvazione delle linee guida previste dall’art. 12 del D.Lgs. n. 387/2003, di una disciplina come quella oggetto di censura provoca l’impossibilità di realizzare impianti alimentati da energie rinnovabili in un determinato territorio, dal momento che l’emanazione delle linee guida nazionali per il corretto inserimento nel paesaggio di tali impianti è da ritenersi espressione della competenza statale di natura esclusiva in materia di tutela ambientale”.

Da ciò discende, continua la Consulta, “L’assenza di linee guida nazionali non consente, dunque, alle Regioni di provvedere autonomamente alla individuazione di criteri per il corretto inserimento degli impianti alimentati da fonti di energia alternativa. Di conseguenza, l’individuazione di aree territoriali ritenute non idonee all’installazione di impianti eolici e fotovoltaici, non ottemperando alla necessità di ponderazione accertata degli interessi rilevanti in questo ambito, in ossequio al principio di leale cooperazione, risulta in contrasto con l’art. 12, comma 10, del D.Lgs. n. 387 del 2003”.

La Corte Costituzionale ha accolto la questione di costituzionalità anche relativamente all’art. 3 della Legge regionale.

Tale pronuncia riveste un’importanza assai rilevante, in quanto va ad incidere sulla legittimità di un sistema, quello pugliese, fondato sulla possibilità di costruire impianti fotovoltaici (e non solo), anche di elevata potenza, sulla base della sola D.I.A.

La disposizione censurata, infatti, riteneva possibile realizzare alcune tipologie di impianti fotovoltaici, eolici, idraulici, a biomassa e a gas, specificamente elencate, ricorrendo alla sola DIA, prevedendo in questo modo un’estensione della D.I.A. anche per potenze elettriche nominali superiori (fino ad 1 MW) a quelle previste dalla Legge nazionale.

Il D.Lgs. n. 387 del 2003 stabilisce, infatti, che per gli impianti rientranti in determinate soglie di potenza, individuate dalla Tabella A allegata al Decreto stesso, debba applicarsi la disciplina semplificata della D.I.A. in luogo all’autorizzazione unica.

La Corte ritiene illegittima la norma, per contrasto con l’art. 12, comma 5, del D.Lgs. n. 387 del 2003; infatti, specifica la stessa, che “Riguardo alle ipotesi di applicabilità della procedura semplificata di D.I.A. in alternativa all’autorizzazione unica è riconoscibile l’esercizio della legislazione di principio dello Stato in materia di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” […]. La norma regionale è allora illegittima, in quanto maggiori soglie di capacità di generazione e caratteristiche dei siti di installazione per i quali si procede con la disciplina della D.I.A. possono essere individuate solo con Decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, d’intesa con la Conferenza unificata, senza che la Regione possa provvedervi autonomamente”.

L’intervento è incisivo: soprattutto con riferimento agli effetti e alle conseguenze che ne derivano sugli impianti di energia rinnovabile, la cui realizzazione è stata assentita tramite D.I.A. dai Comuni Pugliesi.

All’uopo pare opportuno richiamare brevemente i precetti costituzionali in merito agli affetti delle sentenze della Corte.

È noto che la sentenza della Corte Costituzionale ha valore costitutivo, nel senso che, benché il contrasto con la Costituzione sia certamente sorto in precedenza, è solo con la sentenza che esso è accertato e la legge viene invalidata: i rapporti sorti in precedenza sulla base di quella norma non cadono automaticamente, come non cadono gli atti amministrativi che la presuppongono.

La sentenza d’illegittimità, tuttavia, si traduce, al contempo, in un ordine rivolto ai soggetti dell’applicazione (giudici e amministrazione), di non utilizzare più la norma illegittima: ciò significa che gli effetti della sentenza di accoglimento non riguardano solo i rapporti che sorgono in futuro, ma anche quelli che sono sorti in passato (purché non si tratti di rapporti esauriti).

L’esaurimento o la pendenza vanno logicamente commisurati alla data della pubblicazione della sentenza, che per il giudice chiamato all’applicazione delle norme, è quella della Raccolta ufficiale delle sentenze e ordinanze della Corte costituzionale (v. art. 29 legge n. 53/87).

Il concetto di “rapporto esaurito” è riferito alle situazioni giuridiche che possono dirsi ormai esaurite, consolidate ed intangibili, allorché i rapporti tra le parti siano stati già definiti anteriormente alla pronuncia di illegittimità costituzionale (per effetto di giudicato, di atti amministrativi non più impugnabili, di atti negoziali rilevanti sul piano sostanziale o processuale), nonostante l’inefficacia della norma dichiarata incostituzionale 1.

Si può ritenere, quindi, alla luce delle sovraesposte considerazioni, che in via di principio l’efficacia della sentenza dichiarativa dell’illegittimità costituzionale degli indicati articoli della legge pugliese non si estenda ai rapporti esauriti (ossia a quei rapporti che, sorti precedentemente alla pronuncia della Corte Costituzionale, abbiano dato luogo a situazioni giuridiche ormai consolidate ed intangibili in virtù del passaggio in giudicato di decisioni giudiziali o della definitività di provvedimenti amministrativi non più impugnabili o del decorso del termine di prescrizione o decadenza).

Di conseguenza, alla sopravvenuta dichiarazione di illegittimità costituzionale delle norme in questione determinerebbe l'illegittimità derivata delle D.I.A. soltanto nell’ipotesi in cui esse siano state impugnate in sede giurisdizionale amministrativa e il ricorrente abbia (con uno specifico motivo di ricorso riferito alla norma incostituzionale) fatto venire in rilievo la norma denunciata dinanzi al giudice delle leggi 2.

Nel caso in cui ciò non sia avvenuto, le D.I.A. possono dirsi consolidate, a meno che l’Amministrazione (il cui potere di autotutela non è condizionato dal trascorrere del tempo previsto dalla legge processuale, a pena di decadenza, per proporre il ricorso 3 non decidesse di intervenire annullando d’ufficio le D.I.A. e ordinando la rimessione in pristino delle aree.

Non può neppure escludersi in via di principio che la Regione Puglia adotti nuovamente una legge regionale contenente analoghe prescrizioni a quelle dichiarate incostituzionali.

Più complessa è la questione riferita ai rapporti che non possono considerarsi esauriti.

Si ritiene che toccherebbe, all’uopo, alle amministrazioni Regionali e locali della Puglia valutare la portata applicativa delle sentenze di annullamento della Corte costituzionale, attuando un bilanciamento degli interessi sottesi alla vicenda, al fine di decidere in ordine all’eventuale rimozione degli impianti assentiti con D.I.A

Si potrebbe anche ipotizzare che la Regione decida di prevedere, per i proprietari degli impianti in costruzione, la possibilità di richiedere l’autorizzazione unica in sanatoria alla D.I.A., ma una tale normativa potrebbe considerarsi nuovamente incostituzionale per contrasto con il D.Lgs. n. 387/2003.

Ad oggi, quelle sopra formulate non possono che ritenersi semplici ipotesi (oltretutto la sentenza non risulta ancora essere stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale) e molteplici - visti anche gli interessi in gioco - appaiono gli scenari che potranno “aprirsi” a seguito di tale pronuncia.

 

Note:

1 In questo senso, si vedano, tra le altre, Cass. Civ., 27 giugno 2008 n. 17746 nonché TAR Lombardia, Brescia, Sez. I, 21 febbraio 2009 n. 324; TAR Toscana, Firenze, Sez. I, 10 novembre 2008 n. 2451. torna su
2 V. Cons. Stato, Sez. IV, 18 giugno 2009, n. 3997; Id., n. 4002/2009. torna su
3 V. Tar Sardegna, 3 marzo 2009, n. 229. torna su
Fonte: 

www.altalex.com