Mettiamo una filiera dietro al boom del fotovoltaico o addio green economy

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I numeri del fotovoltaico in Italia sono quelli da situazione di successo, quasi da record, ma potrebbero purtroppo rischiare di non determinare un'altrettanta positiva affermazione dell'intera filiera. Il record riguarda infatti lo sviluppo della potenza installata che ha superato ormai la soglia di un GigaWatt , di cui 580 Mw solo nello scorso anno.

Un boom che grazie ai circa 70 mila impianti in esercizio, porta la produzione da energia solare a circa 1.300 GWh su base annua, capaci di fornire energia elettrica a quasi 500 mila famiglie (o che dir si voglia a circa un milione 200 mila persone) coprendo il fabbisogno annuo di 2.700 kWh di consumi elettrici.

Una potenza distribuita in maniera non omogenea sul territorio, con regioni come la Puglia che hanno adottato procedure ipersemplificate (basta una dichiarazione di inizio attività per impianto sotto a 1 Mw) e dove si è realizzato il 44% della potenza complessiva installata, altre che si sono mosse in ritardo ma che stanno recuperando in fretta terreno. Con una spinta importante che è arrivata da parte degli enti locali, come dimostrano i dati che domani Legambiente presenterà nel dossier Comuni rinnovabili 2010.

Per potenza installata siamo ormai il paese al secondo posto nella classifica in Europa dopo la Germania dove nel 2009 sono stati installati 3,1 Gw di potenza raggiungendo una potenza complessiva di 8,3Gw. A seguire - rimanendo in Ue - troviamo la Spagna e poi, uscendo invece dal vecchio continente, il Giappone e gli Usa, dove il solare fotovoltaico installato ha raggiunto la potenza di 21,4Gw.

Numeri da record, appunto. Ma solo se si parla di potenza installata, perché se il campo si allarga alla filiera di produzione dei pannelli fotovoltaici le cose purtroppo cambiano decisamente in peggio. Basti pensare che l'industria italiana delle energie rinnovabili complessivamente deve importare circa i tre quarti della componentistica necessaria. Un problemino che non incide negativamente solo (si fa per dire) sullo sviluppo occupazionale ed economico che invece potrebbe derivarne, ma che fa salire anche i prezzi mettendo a rischio il raggiungimento degli obiettivi che su scala europea toccherebbero all'Italia, ovvero il 17% di produzione da fonti rinnovabili al 2020. E a dirlo è la Commissione europea, che ha già fatto cattivi pronostici per il nostro paese.

Quando invece, secondo uno scenario condotto da Iefe-Bocconi, se l'industria italiana delle Fer riuscisse a coprire almeno il 70% del fabbisogno interno di componenti per la generazione di energia rinnovabile da qui al 2020, si potrebbero creare almeno 175 mila nuovi posti di lavoro e un fatturato di circa 70 milioni di euro.

Dati confermati da uno studio commissionato da Asso energie future che sostiene che lo sviluppo di una filiera nel settore consentirebbe di superare i 200mila posti di lavorio stabili al 2020 e porrebbe basi concrete anche per il raggiungimento del target del 17%, ovvero la quota parte che spetta al nostro paese per quella data.

Obiettivi che potrebbero essere raggiunti se vi fosse anche un sistema di regole certe ed omogenee che non cambiano a seconda della giunta di governo che amministra le diverse regioni o il paese e che non mettano continuamente mano ai tempi e alle modalità con cui vengono erogati gli incentivi. Una situazione - come quella attuale - che non aiuta certo a sviluppare quella necessaria rete sistemica che è proprio ciò che manca al nostro paese.

La Sardegna ha da poco bloccato tutte le autorizzazioni per le centrali eoliche e ha dato mandato al proprio ufficio legale di opporsi in ogni modo alla realizzazione di centrali offshore: la Sicilia ha fatto la stessa cosa e sono ancora slittate- pare a dopo le elezioni regionali- le linee guida nazionali per l'autorizzazione degli impianti da fonti rinnovabili che potrebbero mettere fine al dedalo di norme che variano da regione a regione. Così come è slittato il nuovo sistema di incentivi che riguarda il fotovoltaico- il conto energia- e che varrà a partire dal prossimo anno.

A poco serve allora che nel decreto incentivi varato la scorsa settimana dal consiglio dei ministri si preveda di snellire le procedure per l'installazione di pannelli solari, termici o fotovoltaici, senza serbatoio, da realizzare sugli edifici al di fuori dei centri storici, togliendo l'obbligo della dichiarazione d'inizio attività, che già alcune regioni avevano abolito.

Quello che manca è proprio una strategia complessiva che parta dalla ricerca per finire alle autorizzazioni e che crei le condizioni per costruire nel nostro paese un nuovo settore industriale che avrebbe al tempo stesso le capacità di dare vigore ad un' economia ad alto tasso di occupazione, e di far rispettare i target energetici imposti a livello comunitario.