L’espansione del mercato dei biocarburanti

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di Carmine Lorenzo

Grazie alle politiche che prevedono un crescente utilizzo di biocarburanti nell’autotrazione e agli incentivi fiscali adottati in molti Paesi del mondo a sostegno della loro produzione, il mercato mondiale dei biocombustibili è destinato ad espandersi sensibilmente nei prossimi anni.

La produzione di etanolo è preponderante in Brasile, USA e Africa, mentre l’Unione Europea emerge tra i principali mercati del biodiesel, con l'Indonesia.

Dati forniti dalla FAO, indicano la Colombia come una nazione con attuali e future prospettive di investimento nei biocarburanti, grazie soprattutto al loro più alto tasso di performance tra i maggiori produttori di canna da zucchero, registrando 122,47 ton / ha, di molto superiore al Brasile (79,2 ton / ha), Cina (71,2 tonnellata ha) e India (68,7 ton / ha). 
Si classificato anche come il più efficiente produttore di zucchero con un tasso di 14,6 ton / ha, seguito da Australia con 11,5 ton / ha e Brasile con 9,5 ton / ha, il che permette una delle maggiorie produttività dell'etanolo, con 9.000 Lt/ha/anno, battendo il Brasile ed Ecuador in un 50% e 55% rispettivamente, rappresentando un incentivo ad investire neibiocarburanti in Colombia.
D'altra parte, la Colombia presenta una notevole disponibilità di terreni per lo sviluppo degli agro-carburanti che non incidono sulle foreste naturali, con un'estensione di 7,4 milioni di ettari. Ad esempio, in Colombia esistono cinque volte la disponibilità di terreni utilizzati per l'agricoltura che in Malesia, secondo produttore mondiale di olio di palma, e precisamente il paese ha concentrato la produzione di etanolo e biodiesel a partire da materie prime agricole con la più alta efficienza energetica del mercato: canna da zucchero e olio di Palma, divenendo oggi il principale produttore di olio di palma in America Latina e il quinto nel mondo, con più di 411.000 ettari coltivati. Questa rappresenta anche un'importante nicchia per investire nei biocarburanti in Colombia, poiché la domanda interna di etanolo e biodiesel non è ancora soddisfatta dall’offerta locale. 

Il mercato finale di consumo per il biodiesel è prevalentemente quello europeo, anche se possono giocare un ruolo non trascurabile anche il Giappone e, in America, la California.

Il biodiesel e' un carburante ottenuto da fonti rinnovabili quali oli vegetali e grassi animali, analogo al gasolio derivato dal petrolio. Contrariamente a quanto si crede comunemente, il biodiesel non e' un olio vegetale puro e semplice, come ad esempio l’olio di colza, bensi il risultato di un processo chimico (transesterificazione con alcol metilico) a partire da questi o altri componenti biologici. 

Per raggiungere il target del 10% di fonti rinnovabili nei trasporti della cosiddetta direttiva 20-20-20 vengono utilizzati i biocarburanti in miscela con i prodotti fossili (benzina e gasolio).

Al momento, in Europa ed in Italia, viene utilizzato in misura prevalente il biodiesel che viene miscelato, per obbligo, nella misura del 7% con il gasolio. Il gasolio che viene utilizzato per rifornire le autovetture contiene il 7% di biodiesel, anche se nei punti vendita non viene indicata la presenza di biodiesel nel gasolio.

Per adempiere al target comunitario, l’Italia ha imposto per legge alle compagnie petrolifere la percentuale del 4.5% di utilizzo di biocarburanti in miscela con i prodotti fossili. Tale percentuale passa al 5% a partire dall’anno 2014.

Per quanto riguarda il nostro Paese, fino ad oggi, il mercato ha registrato l’utilizzo quasi esclusivo del prodotto biodiesel per la copertura dell’obbligo di immissione in consumo di biocarburanti ma è possibile utilizzare altri biocarburanti come il bioetanolo e l’ETBE.

L’Italia è divenuto il quarto paese in Europa in quanto a produzione di biocarburanti. Secondo i dati rilasciati dalla Assocostieri – Unione di produttori di biocarburante, in Italia si producono circa 2,5 milioni tonnellate ogni anno. Pur trattandosi di una quantità elevata, sembra non essere sufficiente per il fabbisogno interno, tanto che, infatti, sono altissime anche le quantità di biofuel importato.

Nel 2011 le quantità di biocarburanti già raffinati importati dall’estero è stata pari al 70% del volume totale di biofulel immesso a consumo. Ad essere importata è anche lamateria prima agricola destinata alla produzione di biocarburante. Nel 2010 l’Italia ha importato il 72% della materia prima necessaria alla produzione di biodiesel dai paesi extra UE, per un totale di importazioni – come dimostrano i numeri contenuti nella Prima relazione dell’Italia in merito ai progressi ai sensi della direttiva 2009/28/ CE – di 560 mila tonnellate di biomasse vegetali. Solo 86 mila le tonnellate di biomassa vegetale che arrivano dalla produzione nazionale, mentre ulteriori 126 mila sono state importate in Italia dai paesi europei.

E' facile intuire che la crescita di questo mercato ha dato una grossa mano agli armatori del comparto tanker. La domanda di chemical tankers, in particolare nel mercato asiatico, e' in grande ascesa. Il biodiesel fa la fortuna degli armatori. A rendere lo scenario ancora piu' redditizio per talune compagnie armatoriali, dall’inizio del 2007 sono intervenute nuove disposizioni internazionali secondo cui gli olii vegetali devono essere trasportati con unita' chemical tankers doppio scafo IMO type II. La conseguenza ovvia e' stata un aumento considerevole dei noli che ha premiato chi era in grado di proporre subito sul mercato queste navi. 

Al quadro si aggiungono i dazi anti-dumping sulle importazioni di biodiesel da Argentina e Indonesia, imposti dall'UE nel 2013.

La produzione di biofuel, infine, mette all’ordine del giorno alcuni problematiche di carattere globale che devono essere valutate approfonditamente per non rischiare che i costi (sociali ed ambientali) siano maggiori dei benefici conseguiti. E' necessario tener conto dei problemi che si crano attorno alle proprietà che vengono utilizzate per la produzione della materia prima: la conversione da terreni agricoli dedicati alla produzione di materia prima per scopi alimentari a terreni per la produzione di biofuel potrebbe avere degli effetti molto negativi sulla loro sostenibilità e incidere sul costo delle materie prime alimentari.

Sempre più spesso si sente parlare di Land grabbing: a partire dalla crisi alimentare e finanziaria del 2007, infatti, i paesi economicamente più ricchi che non dispongono di spazi sufficienti per garantire la sicurezza alimentare ai propri abitanti, hanno cominciato ad acquistare ed affittare enormi quantità di terra nelle nazioni africane o sudamericane. Anche le grandi multinazionali dell’agroenergetiche, interessate a creare immense piantagioni per la produzione di biocarburanti, ed alcune società finanziarie stanno facendo lo stesso per garantirsi gli approvvigionamenti.

Un esempio per tutte: il 7 marzo 2014, il quotidiano “La Repubblica” ha pubblicato un articolo che riporta una petizione di ActionAid contro un’azienda italiana accusata di land grabbing. La petizione internazionale lanciata da ActionAid e Re:Common chiede al Gruppo di abbandonare il progetto di coltivazione di girasoli per la produzione di olio alimentare nella riserva senegalese di Ndjael. Fanaye, località dove il progetto doveva essere realizzato, è stata centro di grandi rivolte. Tutto ciò ha indotto gli investitori a cambiare zona.

Tuttavia, l’aumento dei prezzi nei prodotti destinati all’alimentazione scaturisce da motivazioni indipendenti dall’utilizzo dei biocarburanti; i cambiamenti nelle abitudini alimentari dei paesi asiatici, i cambiamenti climatici, le speculazioni finanziarie hanno un impatto rilevante sui prezzi delle materie prime alimentari che vengono utilizzate anche nel settore delle bioenergie. E’ stato dimostrato che pur in presenza di maggiore utilizzo di biocarburanti non ne è scaturito automaticamente un aumento dei prezzi delle materie prime alimentari.

Comunque, i criteri di sostenibilità definiti dalla Commissione europea, implementati in Italia a partire dal 2012, proibiscono l’utilizzo di biocarburanti provenienti da zone deforestate e da zone ricche di biodiversità.