Piovono miliardi sulle rinnovabili africane

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La nuova frontiera delle rinnovabili sarà l’Africa? Sembrerebbe di sì a leggere lo studio di Frost & Sullivan “Mega Trends in Africa: A bright vision for the growing continent”. Secondo la società di analisi, infatti, è in arrivo una pioggia di investimenti nel continente africano: entro il 2020 si potrebbe arrivare a 57 miliardi di dollari.

Risultato notevole, visto che il dato del 2004 faceva segnare appena 750 milioni di dollari investiti in energia rinnovabile in Africa che, però, già nel 2011 sono salii a 3,6 miliardi. Sempre Frost & Sullivan, poi, ipotizza che gran parte degli investimenti dovrebbe essere dedicato allo sviluppo dell'eolico, del fotovoltaico e delle reti elettriche.

Si aggiunga il famoso progetto Desertec-Medgrid, che prevede di produrre grandi quantità di energia elettrica dal solare termodinamico in nord Africa per poi esportarla in Europa. Solo questo progetto dovrebbe portare nel continente nero investimenti per 50 miliardi di euro, il che rende molto più credibili le stime di Frost & Sullivan.

Tra i vantaggi comparati che dovrebbero guidare lo sviluppo dell'energia rinnovabile africana, oltre alle immense risorse disponibili (appena il 7% del potenziale idroelettrico africano, ad esempio, è stato già sfruttato) c'è anche la crescita della domanda interna.

L'Africa, infatti, a breve avrà un disperato bisogno di energia: attualmente ancora diverse decine di milioni di persone hanno a disposizione solo le biomasse tradizionali (legna, carbone, sterco) per produrre energia termica e l'accesso all'elettricità non è affatto scontato.

Quello che Frost & Sullivan non dice, invece, è che lo sviluppo delle rinnovabili in Africa è una enorme sfida che, paradossalmente, rischia di mettere a repentaglio l'ambiente. Basti pensare all'annoso dilemma delle coltivazioni energetiche che, proprio in Africa, hanno la loro terra d'elezione. Jatropha in primis.

Ma è anche una altrettanto grande occasione di veicolare, partendo quasi da zero, uno sviluppo realmente sostenibile che si allontani il più possibile dagli errori commessi da Europa e Stati Uniti, prima, e dall'Asia, dopo.