Fotovoltaico italiano: piccolo è bello?

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di Peppe Croce

La filiera italiana del fotovoltaico tenta di resistere alla situazione assai poco positiva del mercato, dovuta in gran parte alla galoppante concorrenza asiatica e alla scarsa lungimiranza dei Governi italiani che annunciano modifiche agli incentivi ogni sei mesi.

La parola d'ordine per sopravvivere sembrerebbe "flessibilità" e le dimensioni migliori quelle medio-piccole. Quasi tutte le aziende, fino all'anno scorso, avevano ambiziosi programmi di espansione dei reparti produttivi che, adesso, sono stati accantonati a tempo indeterminato.

Paradossalmente, poi, avendo a che fare con un mercato reso instabile dai frequentissimi mutamenti del quadro degli incentivi sembra che le linee di produzione meno tecnologiche siano le migliori. Quelle totalmente automatizzate, infatti, hanno rese superiori ma una flessibilità a volte minore di quelle semiautomatiche che prevedono l'intervento umano dell'operaio specializzato. Operaio che, all'occorrenza, può intervenire nel processo senza richiedere la riprogrammazione di tutta la linea produttiva.

Tra le aziende che resistono, seppur con aspirazioni inferiori rispetto al 2011, c'è sicuramente Solsonica. L'azienda reatina, tra i leader italiani del fotovoltaico dopo un lungo passato di produzione di memorie per Texas Instruments, nel suo nuovo stabilimento attualmente dispone di una capacità produttiva pari a 40 MW annuali di celle fotovoltaiche. Che sarebbero dovuti diventare 80 MW, ma il progetto è stato accantonato. Sul fronte dei moduli, quindi assemblando anche celle non prodotte in casa, Solsonica ha una capacità complessiva di circa 140 MW annuali divisa in tre linee.

La più recente è completamente automatica, le altre due sono semiautomatiche e sono quelle che hanno permesso all'azienda di passare in fretta dai grossi ordini per il fotovoltaico a terra a commesse più piccole e variegate, da quando il Governo Monti ha ucciso il fotovoltaico agricolo togliendogli gli incentivi.

Fa paura, però, la paventata sparizione del bonus UE dal Quinto Conto Energia. In una recente riunione sindacale l'AD Mutti ha dovuto ammettere che, se il bonus fosse effettivamente cancellato, per i 260 dipendenti sarebbero problemi seri.

Altro player italiano importante, seppur di dimensioni inferiori, è Renergies Italia, con stabilimento a Corridonia (MC). Capacità produttiva di 40 MW annui e 60 dipendenti, Renergies Italia si è rapidamente dovuta adattare dal pannello fotovoltaico per i campi a quello per i tetti. Produce, infatti, solo moduli e non celle e di conseguenza ha il vincolo del prezzo di quest'ultime a cui pensare. La linea di produzione è completamente automatizzata con interventi minimi da parte dell'operatore.

I suoi moduli REN 200P, recentemente, hanno superato con successo il test di resistenza alla corrosione da atmosfera con ammoniaca necessario per la certificazione IEC 62 716 Ed.1, a sua volta importante per l'utilizzo dei pannelli su serre fotovoltaiche e pensiline.

In collaborazione con BMSolar, poi, ha annunciato durante l'ultimo Solarexpo di Verona i primi pannelli fotovoltaici intelligenti REN220/BM, dotati di ottimizzatore di energia BlackMagic. Cioè di una sofisticata elettronica di controllo che, oltre al monitoraggio costante delle performance, permette di stabilizzare la produzione di energia elettrica. Questo si traduce in una maggiore efficienza del pannello fotovoltaico, in una sua maggiore durata nel tempo perché lavora a temperature più basse e in una ulteriore protezione da sbalzi e archi elettrici.

Terzo produttore italiano di moduli, ma non di celle, è Brandoni Solare. Stabilimento ad Ancona, produzione annua di 75 MW e 70 dipendenti l'azienda è guidata dall'energico Luciano Brandoni che, dopo essersi fatto notare per i suoi dubbi sull'attribuzione del bonus UE, recentemente ha annunciato di voler trasferire l'attività in Romania, Bulgaria o Brasile per eccesso di burocrazia e di fantasia normativa in Italia.

Brandoni, espatri o meno, ha due parole d'ordine: ricerca e rivenditori. Nella ricerca investe circa 200 mila euro l'anno, ai rivenditori e agli installatori offre corsi di perfezionamento e servizio post vendita. E proprio la "strategia Brandoni" potrebbe essere quella vincente in Italia: dimensioni non eccessive e stessa attenzione tanto al prodotto quanto al servizio.

Per il primo non ci potrà mai essere concorrenza sul prezzo con i cinesi, per il secondo si parte avvantaggiati perché gli asiatici, almeno al momento, non trattano i piccoli impianti e non hanno una rete di vendita capillare in Italia.

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